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Carnevale nei Borghi: Le Maschere Tradizionali Più Antiche d’Italia

Carnevale nei Borghi: Le Maschere Tradizionali Più Antiche d’Italia

Il Carnevale italiano non è solo coriandoli e stelle filanti. Nei borghi più remoti e nelle valli alpine, lungo gli Appennini e nelle isole, sopravvivono tradizioni carnascialesche che affondano le radici in riti pagani millenari, molto anteriori alla cristianizzazione della penisola. Queste maschere ancestrali, spesso terrificanti e selvagge, raccontano storie di passaggi stagionali, di lotte tra inverno e primavera, di propiziazione della fertilità e di antichi culti agresti.

Mentre il Carnevale di Venezia o quello di Viareggio attirano folle internazionali con le loro scenografie sontuose, esistono celebrazioni meno conosciute ma ben più radicate nel tempo, dove le maschere non sono semplici ornamenti ma simboli carichi di significato antropologico e spirituale. Questi carnevali dei borghi rappresentano un patrimonio immateriale preziosissimo, custodito gelosamente dalle comunità locali e tramandato di generazione in generazione con un rigore quasi sacrale.

Nel cuore della Sardegna, a Mamoiada, sfilano i Mamuthones e gli Issohadores in una delle manifestazioni più arcaiche e suggestive d’Europa. I Mamuthones indossano maschere lignee scure dal volto scavato e deforme, vestiti con pelli di pecora nera e appesantiti da decine di campanacci di bronzo che producono un suono assordante e ossessivo. Camminano a ritmo cadenzato, chinati sotto il peso dei loro sonagli, in una danza ancestrale che sembra evocare spiriti ctoni e forze primordiali. Gli Issohadores, vestiti di rosso con maschere bianche, li catturano simbolicamente con delle funi, in un rito che alcuni studiosi interpretano come rappresentazione della vittoria dell’ordine sul caos, della civiltà sulla natura selvaggia, o ancora come antico rito propiziatorio per la fertilità dei campi e del bestiame.

Risalendo verso nord, in Trentino-Alto Adige, il Carnevale assume contorni ancora più inquietanti. A Sappada, in provincia di Belluno, appaiono i Rollate, figure mascherate con enormi cappelli decorati da nastri colorati, che rappresentano i poveri. Ma sono i Brutte, i veri protagonisti terrificanti di questa festa: maschere demoniache in legno con espressioni grottesche, che rappresentano gli spiriti dell’inverno da scacciare. In Valle d’Aosta, invece, le Landzette di Pont-Saint-Martin sono maschere di legno dai tratti femminili esagerati, con bocche spalancate e denti prominenti, che secondo la tradizione rappresenterebbero le streghe o le anime dei defunti che tornano tra i vivi nel periodo di sovrapposizione tra la stagione fredda e quella calda.

Le Alpi friulane e carniche custodiscono una delle tradizioni più spettacolari: il Carnevale di Sauris con i suoi Rölar e il Carnevale di Timau con maschere lignee che ricordano gli antichi culti celtici. Ma è forse in Veneto, nel territorio del Feltrino e dell’Agordino, che la tradizione delle maschere lignee raggiunge la massima espressione artistica con i Matazins, personaggi selvaggi ricoperti di pelli e muschi, armati di scope e bastoni, che rappresentano l’uomo selvatico delle leggende alpine, simbolo della natura indomita che deve essere addomesticata con l’arrivo della primavera.

Scendendo verso il centro Italia, in Abruzzo si trova uno dei carnevali più antichi e spettacolari: quello di Castelli con le sue maschere diaboline, e soprattutto il Carnevale di Fano che, pur essendo più conosciuto, conserva elementi arcaici nella figura del Pupo, un fantoccio che rappresenta il Carnevale stesso e viene processato e bruciato l’ultimo giorno. In Molise, a Jelsi, durante il Carnevale sfilano carri trainati da buoi adornati con fiori di carta colorata, in una celebrazione che mescola sacro e profano, paganesimo e cristianità.

La Basilicata offre uno degli spettacoli carnascialeschi più impressionanti d’Italia: il Carnevale di Tricarico con le sue maschere della Mucca e del Toro, rappresentazioni zoomorfe che richiamano culti pastorali antichissimi. I personaggi mascherati, vestiti con pelli di capra e campanacci, vagano per il paese in cortei rumorosi che sembrano evocare riti dionisiaci. Ancora più suggestivo è il Carnevale di Satriano di Lucania, dove compaiono i Rumit, figure inquietanti rivestite completamente di edera e altre piante, che rappresentano l’uomo selvatico, lo spirito della vegetazione che si risveglia dopo il letargo invernale.

In Calabria e Sicilia, le tradizioni carnevalesche si mescolano con influenze greche e bizantine. A Castrovillari si celebra il Carnevale con la Quadriglia, mentre a Saracena le maschere tradizionali ricordano gli antichi carnevali dionisiaci della Magna Grecia. In Sicilia, il Carnevale di Acireale è famoso per i suoi carri allegorici, ma nei borghi dell’interno sopravvivono tradizioni più antiche, come quella di Misterbianco con i suoi diavoli mascherati.

Queste maschere tradizionali non sono semplici costumi folkloristici destinati al divertimento turistico. Esse incarnano archetipi profondi, paure ancestrali e speranze collettive. Rappresentano il buio che deve lasciare spazio alla luce, l’inverno che cede alla primavera, il vecchio che muore per far nascere il nuovo. Molte di queste tradizioni erano state abbandonate nel dopoguerra, considerate retaggio di un passato contadino da dimenticare nella corsa verso la modernità. Fortunatamente, dagli anni Settanta in poi, grazie al lavoro appassionato di antropologi, etnografi e delle stesse comunità locali, molte di queste tradizioni sono state recuperate e rivitalizzate.

Oggi questi carnevali rappresentano non solo un’attrazione culturale di enorme valore, ma anche un’occasione per i borghi di riaffermare la propria identità, di trasmettere ai giovani il senso di appartenenza a una storia millenaria e di contrastare lo spopolamento che affligge le aree interne del paese. Visitare questi carnevali significa fare un viaggio nel tempo, assistere a riti che i nostri antenati celebravano quando Roma era ancora un villaggio sul Tevere, toccare con mano la continuità straordinaria di tradizioni che hanno attraversato millenni resistendo a invasioni, pestilenze, guerre e modernizzazione.

Le maschere tradizionali del Carnevale italiano sono un tesoro da preservare, studiare e valorizzare. Esse ci ricordano che sotto la superficie della modernità scorrono fiumi profondi di memoria collettiva, e che l’Italia non è solo la patria del Rinascimento e del Barocco, ma anche custode di tradizioni che risalgono alla notte dei tempi, quando l’uomo viveva in simbiosi con i cicli della natura e cercava di propiziarsi le forze misteriose che governavano la sua esistenza.